LEGGI NOCI » dialetto Thu, 25 Jan 2018 09:23:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.3.15 /wp-content/uploads/2015/11/cropped-logo-ico-quilia-32x32.png » dialetto 32 32 Dialetto e integrazione nel Centro Polivalente di Noci /2017/12/16/dialetto-e-integrazione-nel-centro-polivalente-di-noci/ /2017/12/16/dialetto-e-integrazione-nel-centro-polivalente-di-noci/#comments Sat, 16 Dec 2017 06:44:53 +0000 /?p=18626 NOCI – «Oggi vogliamo cercare di dare un contributo al processo chiamato integrazione tra culture diverse». È questo l’obiettivo che si è voluto raggiungere lo scorso 14 dicembre all’interno del Centro Polivalente di Noci con la manifestazione U Natèle di mininne. Mario Gabriele, presidente del Centro Studi sui Dialetti Apulo-Baresi, sostenuto da Pietro Gigante e da Giovanna Speranza, Anna Tinelli e Antonella Ferulli, educatrici del Centro, ha voluto sottolineare quanto la manifestazione sia stata vissuta «sotto il segno dell’integrazione. Mi riferisco ai bambini di diverse etnie che in questo centro trovano ospitalità. Nessuno rinuncia alla propria identità. L’incontro vuol essere un momento di ascolto e rispetto reciproco».

U-Natele-di-Mininne-bambini

E sono stati i bambini i veri protagonisti della serata i quali hanno letto alcuni pensieri, poesie e preghiere nella propria lingua, straniera o dialettale che sia. Infatti, i bambini italiani hanno raccontato alcune storie e poesie in dialetto nocese come U Natèle de povera ggénde (testo di una canzone natalizia del musicista nocese Ottavio Lopinto), I pèttele (Pietro Gigante), La notte Santa (da una libera tradizione di Pietro Gigante di un racconto di Guido Gozzano), i racconti L’àngele custóde, A gatte ca còta tagghjète, U sòrge ninje, e Babbe natèle accustupuète, tutti appartenenti alla tradizione favolistica pugliese, e alcuni brindisi natalizi nel nostro dialetto. A loro volta, i bambini stranieri del centro hanno contribuito con una poesia e preghiera in pangiapi (lingua della religione sikh), un messaggio in rumeno (lingua della religione ortodossa), un’invocazione in lingua cinese, nonché canzoni natalizie eseguite alla pianola e al flauto traverso dagli stessi bambini.

Inoltre, la manifestazione è stata anche arricchita dai brani Imagine di John Lennon, Natale di Francesco De Gregori, U Natèle d’Enantine del nocese Enantino e la celebra canzone natalizia So This is Christmas, eseguite alla chitarra dal cantautore nocese Giuseppe Liuzzi. Infine, la manifestazione si è conclusa con un buffet realizzato dalle famiglie dei bambini del centro polivalente in cui primeggiavano pettole cresciute, cartellate e pandoro.

Durante la manifestazione erano presenti Giovanni Barnaba, presidente della cooperativa SoleLuna, (gestore del Centro Polivalente) e la dottoressa Annamaria Conte, responsabile dei Servizi Sociali del settore Socio-Culturale del Comune di Noci, i quali hanno espresso la loro soddisfazione della collaborazione con la rete delle associazioni presenti nel territorio e degli ottimi risultati raggiunti in questo 2017. Come annunciato dal presidente Giovanni Barnaba «questo è un momento per fare un piccolo bilancio di quello che è stato fatto quest’anno e un annuncio che il 2018 possa essere un anno ancora più ricco di iniziative perché abbiamo davvero tante cose in procinto di voler realizzare all’interno di questa struttura».

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La letteratura nel dialetto: “Mal de scigne” e “Vasenecóle” /2017/11/22/la-letteratura-nel-dialetto-mal-de-scigne-e-vasenecole/ /2017/11/22/la-letteratura-nel-dialetto-mal-de-scigne-e-vasenecole/#comments Wed, 22 Nov 2017 06:45:35 +0000 /?p=18163 NOCI – Immaginare dialetto e letteratura a braccetto è per molti pura fantasticheria. Si potrebbe obiettare che non mancano e continuano a prodursi opere letterarie elaborate in lingue locali, e di esempi – illustri e meno noti – ve ne sono tanti; non è semplice supporre, invece, l’operazione inversa, ovvero l’ipotesi che la letteratura già esistente eserciti un influsso rilevante sul dialetto.
Le ragioni che inducono a credere nella repulsione reciproca dei due mondi sono molteplici, a partire dalla variazione diamesica, ma anche per contenuti, registro, forma. Eppure, dovete crederci, le prove della mutua influenza sono sorprendenti per quantità e bellezza, a conferma del fatto che il dialetto non resta confinato nelle mura del paese, ma le attraversa per incontrare e assorbire il mondo.
Qualcuno, adesso, starà storcendo il naso e da perfetto incredulo avrà esclamato: na póte’ésse! Peccato, perché così facendo allontana la meraviglia e forse sceglie di terminare qui questa lettura. Così sia. Gli increduli che, diversamente, si pongono la domanda pót’ésse? hanno deciso di accettare la meraviglia e di scoprirne di più. Dunque, che questo viaggio straordinario in meandri ancora inesplorati cominci.

Cerchiamo intanto di capire cos’è e per quale motivo nasce la letteratura. La funzione atavica delle lettere non è dare risposte – per trovarle è più opportuno interrogare religione e filosofia –, ma accogliere ed elaborare i tormenti dell’uomo, i suoi dubbi esistenziali, l’inquietudine e le angosce: i grandi temi intorno a cui ruota da secoli la produzione letteraria sono l’anima, l’amore, la morte. Consideriamo quest’ultimo soggetto: migliaia di miti, racconti, fiabe e favole, poemi e romanzi sono stati sviluppati per vivisezionare, con serietà o ironia, la disperazione che produce nell’uomo tale assillo. Che cos’è la morte? C’è qualcosa dopo la morte? Perché si muore? Quali sono gli effetti della morte sul corpo e quali quelli sull’anima? L’argomento è così vasto e già ampiamente indagato che non c’è motivo di approfondirlo in questa sede. Bisogna chiedersi, piuttosto, in quali “luoghi” del dialetto possano annidarsi silenziosamente questioni tanto gravose. Incredibile, esse sono sotto gli occhi di tutti, nei proverbi e in alcuni vocaboli della lingua locale. È Aristotele a spiegarci cos’è il proverbio popolare, con una definizione quanto mai esaustiva: «La storia della sapienza è ciclica, gli uomini giungono a essa e poi la perdono a causa di grandi catastrofi che sconvolgono le comunità umane. Ma dalle catastrofi, che distruggono i ricordi tradizionali, si salvano i proverbi. I proverbi sono sapienze distrutte trasmesse ai posteri dai sopravvissuti».
Il compito filologico che ci assumiamo non è dei più semplici, ma resta senz’altro avvincente: proveremo a individuare le tracce di scritti antichi e moderni presenti nelle espressioni della nostra lingua madre, cercando poi di ricostruire un quadro ricco di riferimenti e connessioni.

 

La morte stupida: un antico racconto indiano nel detto “Mal de scigne

Mal de scigne è un’espressione arcaica e ormai in disuso del dialetto nocese, spesso introdotta dai verbi fenèssce, pèrde, murì. Prendendo in considerazione il verbo morire, il detto completo è Murì de mal de scigne, morire di male di scimmia, che significa perdere la vita per imperizia, spavalderia, avventatezza, stupidità. Nel dialetto nocese la parola scimmia si pronuncia signe, e il motivo per cui questa espressione si è tramandata nel tempo con la variante scigne è presto detto: si tratta, difatti, di un proverbio campano, già diffuso nel XIII sec. e presente anche ne Lo cunto de li cunti di Basile, scritto in lingua napoletana. Dalla Campania è giunto in area apulo-barese, rimanendo inalterato foneticamente e semanticamente nella nostra parlata locale.
Ebbene, nel detto Murì de mal de scigne la letteratura incontra il dialetto, perché quest’espressione racchiude un racconto presente nel Pañchatantra (o Panchatantra o Panciatantra), la più antica raccolta di favole indiane scritte in sanscrito, di datazione incerta e risalente forse al II secolo d.C. La raccolta fu tradotta nel 700 quasi contemporaneamente in arabo e in ebraico, nel 1200 in latino dall’ebraico da Giovanni di Capua, poi dal latino in spagnolo e tedesco verso la fine del 1400. Nel 1548 è tradotta in italiano da Agnolo Fiorenzuola. Il Pañchatantra è composto da settanta favole tutte finalizzate all’insegnamento della morale utilitaristica.
Proponiamo una versione in italiano contemporaneo del racconto che ha ispirato il modo di dire oggetto del nostro studio, lasciando al lettore deduzioni e commenti:

«Una scimmia, che aveva osservato con grande attenzione tutti i movimenti di un taglialegna, quando costui si fu allontanato per pranzare a casa sua lasciando incustoditi i suoi strumenti di lavoro, senza conoscerne il fine prese la scure e si mise a tagliare un querciolo. Muovendosi come aveva visto fare al suo maestro, cercò di estrarre il cuneo dal taglio fatto nel tronco senza curarsi di inserirne un altro più in basso, affinché il tronco non si ripiegasse su se stesso. Così il querciolo si rinserrò e un piede della scimmia vi rimase incastrato, intrappolandola. L’animale cominciò a urlare per il dolore, e i suoi lamenti attirarono l’attenzione del taglialegna di ritorno dal pranzo. Costui, essendo un uomo rozzo, invece di aiutare la scimmia, le gettò la scure in testa, ammazzandola. Come si suol dire, mal fanno coloro che improvvisano il mestiere altrui».
 

Vasenecóle: la Canzone del basilico e il Decamerone

Il termine vasenecóle indica in quasi tutte le parlate meridionali il basilico. A Noci il vocabolo si usa per distinguere il basilico a foglie larghe da quello a foglie strette, che è chiamato basìleche rizze.
Il lemma è composto dal latino basium, bacio, e dal nome proprio di persona Nicola, pertanto la traduzione letterale italiana è “bacio-Nicola”. Se vi state chiedendo cosa unisca il significante vasenecóle al significato di basilico, due concetti apparentemente estranei, sappiate che il collegamento è forte e ha a che fare con una delle più grandi opere della letteratura italiana: il Decamerone di Giovanni Boccaccio.
Partiamo dal principio. Nel Medioevo si diffuse oralmente in area messinese una ballata popolare in lingua siciliana, la Canzone del basilico, un lamento e un’invocazione di vendetta. Il testo originale è andato perduto, ma ci è giunto nella traduzione in toscano del 1300, inserita nella raccolta di Carducci Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV, pubblicata a Pisa nel 1871.

«Qual esso fu lo malo cristiano
che mi furò la mìa grasta
del bassilico mio selemontano?»

(Chi fu il furfante che mi sottrasse il mio vaso di basilico salernitano?)

comincia la ballata dell’anonimo autore siculo, descrivendo poi il dolore acuto di una giovane donna per il furto della sua rigogliosa pianta di basilico:

«[…] Suo ulimento tutta mi sanava,
tant’avea freschi gli olori;
e la mattina, quando lo ‘nnaffiava
a la levata del sole,
tutta la gente si maravigliava:
– Onde vien cotanto aulore? –
e io per lo suo amor – morrò di doglia.

E io per lo suo amor morrò di doglia,
per l’amor de la grasta mia.
Fosse chi la mi rinsegnar di voglia,
volontier la raccateria;
cento once d’oro ch’i’ ho ne la fonda
volentier gli le doneria,
e doneria- gli un bascio in disianza».

(Il suo profumo mi dava benessere, tanto era intenso e fresco; e all’alba, quando lo innaffiavo, la gente esclamava meravigliata: – Da dove proviene un così buon profumo? – e io per amor suo morirò di dolore. E io per amor suo morirò di dolore, per amore della mia pianta. Se saprò chi me la può riconsegnare, la ricomprerò volentieri; donerò volentieri le cento once d’oro che ho da parte, e darò un bacio carico di desiderio).

Pur rielaborata in toscano, la Canzone del basilico è evidentemente di area siciliana: basti considerare i lemmi malo cristiano, grasta, chiantai, meschinella, m’avia (mi aveva), accattai, raccateria (futuro di accattai), raputo e saputo, rimasti inalterati nella traduzione toscana. La metrica e lo stile, poi, sono tipici della khargia arabo-spagnola, il lamento della giovinetta in attesa dell’amato lontano, la cui caratteristica è la ripresa dell’ultimo verso di una strofa in apertura della successiva.
Da questo canto popolare, oltretutto, deriva un altro detto del dialetto nocese: Candè a graste, cantare il vaso, che significa vendicarsi verbalmente, dire all’altro verità spiacevoli, proprio come fa la povera fanciulla che ha subìto il furto del vaso di basilico.
Torniamo, però, a vasenecóle, perché non è ancora del tutto chiaro il legame del termine dialettale che sta per basilico con la ballata siciliana e col Decamerone.
Il Boccaccio soggiornò a Napoli dal 1325 al 1340 ed ebbe modo di leggere o più probabilmente di ascoltare la Canzone del basilico. La vicenda della tormentata fanciulla ispirò lo scrittore toscano, che decise di dedicarle la novella Lisabetta da Messina, la quinta della quarta giornata, in cui in un’atmosfera mesta «si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine». In sostanza, il Boccaccio narra l’antefatto della Canzone del basilico sulla base di una leggenda popolare sicula che descrive un amore ostacolato.
Ecco, in sintesi, la novella.
A Messina vivono Lisabetta, bella e non ancora sposata, e i suoi tre fratelli, ricchi mercanti toscani, al servizio dei quali c’è il collaboratore Lorenzo, un giovane pisano gentile e di bell’aspetto. Ben presto Lisabetta e Lorenzo s’innamorano. Una notte, mentre Lisabetta raggiunge l’amante, viene vista da uno dei fratelli, che l’indomani riferisce il fatto agli altri e li coinvolge per salvare l’onore della famiglia. Così, i tre mercanti uccidono e seppelliscono Lorenzo, riferendo in giro di averlo mandato lontano per lavoro. Lisabetta chiede insistentemente del giovane, ma non ottiene risposte. Una notte, Lorenzo le appare in sogno e le rivela la sua terribile fine, indicandole il punto in cui è seppellito il suo cadavere. Il giorno seguente, con un pretesto, Lisabetta esce di casa e raggiunge il luogo in cui giace il corpo dell’innamorato, cui stacca la testa con un coltello per darle degna sepoltura. A casa, poi, dopo aver lavato il capo di Lorenzo con le lacrime, lo pone in un grosso vaso, piantandovi del basilico, che, innaffiato col suo pianto continuo, cresce rigoglioso e profumato. Informati dai vicini dello strano attaccamento della giovane al vaso di basilico, i fratelli glielo sottraggono, individuando la testa putrefatta di Lorenzo. Temendo che il loro reato venga scoperto, scappano a Napoli, lasciando morire Lisabetta di dolore.
È lo stesso Boccaccio a sottolineare il nesso della storia di Lisabetta da Messina con la Canzone del basilico. La sua novella, difatti, termina con queste parole:

«Ma poi divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcuno che compose quella canzone che ancor oggi si canta:

Qual’esso fu lo malo cristiano
che chi mi furò la grasta, ecc.
»

D’altronde, non v’è dubbio che nel Due-Trecento nella città di Messina vi fossero diverse colonie di mercanti provenienti da San Gimignano, che aveva una fiorentissima arte della lana, e si ha notizia che gli Ardinghelli, mercanti sangimignanesi, intorno alla metà del Duecento si trasferirono da Messina a Napoli, proprio come fanno i fratelli di Lisabetta per sottrarsi alla pena per il loro reato.
Si ipotizza che nella leggenda popolare che ha ispirato sia la Canzone sia la novella, l’innamorato della giovane non si chiamasse Lorenzo, ma Nicola, da cui il termine vasenecóle, appunto “bacia-Nicola”.
In sostanza, il nostro basilico verdeggiante profuma dei baci e delle lacrime della sventurata Lisabetta da Messina.

 

Angela Liuzzi

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“Il franco cacciatore”: l’opera di Caproni in dialetto nocese /2017/10/16/il-franco-cacciatore-lopera-di-caproni-in-dialetto-nocese/ /2017/10/16/il-franco-cacciatore-lopera-di-caproni-in-dialetto-nocese/#comments Mon, 16 Oct 2017 08:46:48 +0000 /?p=17545 NOCI – È stato il protagonista della maturità 2017, l’autore scelto dal Miur per la prima prova scritta di italiano. Giorgio Caproni è diventato l’emblema di migliaia di studenti che quest’anno si preparavano a sostenere gli esami di stato, spiazzandoli in quanto non si aspettavano di dover fare i conti con uno degli autori più (s)conosciuti del ‘900 italiano. Caproni è stato un poeta, un critico letterario e un traduttore italiano che continua a far parlare di sé grazie all’opera Il franco cacciatore, pubblicato nel 1982 e, oggi, tradotto in dialetto nocese da Mario Gabriele, presidente del Centro Studi sui Dialetto Apulo-Baresi.

«Ritengo Giorgio Caproni uno dei più grandi poeti del ‘900 italiano e condivido a pieno le tematiche che compongo quest’opera», ci spiega l’autore di questa nuova edizione dell’opera. Questo è confermato anche da Chiara Fasano, anche lei membro del Centro Studi e curatrice dell’introduzione del volume. «I sui testi si distinguono dal principio per l’immediata comunicatività e per la musicalità che tiene insieme leggerezza ironica e mediata malinconia» ma, in seguito si assisterà «alla trasformazione degli antichi idilli immobili in esperimenti con esiti quasi narrativi che incarnano un tipo di letteratura che possa appartenere alla vita di tutti, che tutti possano riconoscere e sentire propria’». Infine, Caproni compirà una terza svolta: «le poesie sono ridotte a pochissimi versi e il peso delle raccolte poggia tutto sulla stessa architettura, compatta e organica perché richiede che i componenti siano letti in maniera continuativa al fine di coglierne i tantissimi richiami che instaurano tra loro, fino a cerare quasi un gioco di specchi».

Il registro linguistico utilizzato, invece, «è il dialetto arcaico senza alcuna contaminazione neodialettale, rimanendo, nella traduzione, molto fedele al testo». Infatti, come Angela Liuzzi spiega nel libro Cantico dei cantici la traduzione «rappresenta di per sé uno strappo, una ferita, un tradimento nei confronti del testo originale. Traducendo, inevitabilmente si rischia di perdere le sfumature, le vibrazioni più intime e talvolta anche il senso complessivo dell’opera di partenza: il testo tradotto piò essere considerato a tutti gli effetti un’opera nuova, che prende le mosse dall’originale per evolversi in qualcos’altro. Questo capita per svariati motivi: talvolta a causa del protagonismo del traduttore, che si sente giocoforza un po’ autore anche lui; oppure perché l’originale è troppo distante dalla cultura in arrivo per permettere una resa fedele; ancora, semplicemente a causa della complessità del testo». Mario Gabriele è stato, quindi, molto rispettoso nella traduzione del testo per non tradire il messaggio autentico di Caproni.

Non è la prima volta che il presidente del Centro Studi si presta a tradurre opere letterarie nel nostro dialetto. Dal 2002, anno in cui Mario incomincia questa attività, ha tradotto in vernacolo nocese La verità, vi prego sull’amore di W. H. Auden, i libri biblici Qohélet, il già citato Cantico dei Cantici e Giona, nonchè Crisòtemi, tratto dal volume Quarta dimensione di Ghiannis Ritsos. Nella sua ultima traduzione troviamo, invece, tutta l’opera Il franco cacciatore e come appendice è presente Bisogno di guida, tratto da Il muro della terra dello stesso Caproni.

mario-gabriele-il-franco-cacciatore

La pubblicazione sarà presentata mercoledì 18 ottobre presso una nota birreria sull’estramurale nocese. Tutti coloro che si presenteranno all’evento avranno modo di ricevere in omaggio il volume per conoscere più da vicino questo grande autore del nostro Novecento.

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“Tutte u munne è paise”: la cultura del mondo presente nel dialetto nocese /2017/10/08/tutte-u-munne-e-paise-la-cultura-del-mondo-presente-nel-dialetto-nocese/ /2017/10/08/tutte-u-munne-e-paise-la-cultura-del-mondo-presente-nel-dialetto-nocese/#comments Sun, 08 Oct 2017 05:50:01 +0000 /?p=17395 NOCI – È in tutte le edicole la nuova pubblicazione del Centro Studi sui Dialetto Apulo-Baresi, intitolata Tutte u munne è paise – Le parole straniere nel dialetto. Con la manifestazione del 6 ottobre 2017, all’interno del Chiostro delle Clarisse, l’associazione culturale nocese ha presentato questo nuovo volume che si presenta con quattro rigorosi articoli scientifici di alto livello nel quale è messo in evidenza il profondo rapporto del nostro dialetto con tutte quelle lingue che, in qualche modo nel corso della storia, hanno interessato la nostra regione e il nostro paese. Oltre al dialetto nocese, nel libro sono presenti i greci, gli arabi, gli spagnoli e i francesi, popoli che hanno conquistato e governato parte della nostra Puglia.

«Il libro vuole mostrare quante parole del dialetto nocese abbiano origine in lingue straniere, alcune di esse molto lontane» spiega la professoressa Maria Semeraro, del comitato scientifico del Centro Studi. «Con il tempo tutte le lingue si trasformano. La lingua è uno strumento sociale e si lega alle esigenze. La lingua si evolve con l’evolversi della società, integrando nuove parole dalle lingue straniere attraverso i forestierismi. Quando un dialetto smette di guardare le altre lingue, muore». Inoltre, nella pubblicazione «oltre allo studio sul dialetto, è presente la poesia e la letteratura. Nel libro queste due cose convivono benissimo. Questo è un libro che tutti i nocesi dovrebbero avere nelle proprie case. È un valore aggiunto, un investimento per il futuro». Infatti, come si è già avuto modo di dire durante la conferenza stampa, l’ultima parte del volume è dedicata ad alcune poesie in dialetto ispirate da una radice araba scritte da Mario Gabriele e Pietro Gigante in dialetto arcaico, da Giovanni e Domenico Laera in medio dialetto e da Caterina Quarato e Biagio Laera in neo dialetto. A queste si aggiungono anche dei racconti come Gesù, u ciucce e u tarì e due novelle tradotte in dialetto da Domenico Forti e Caterina Quarato estrapolate da Le mille e una notte. La copertina è, come per ogni pubblicazione del Centro Studi, a cura di Angela Liuzzi.

Andando a scoprire il volume, invece, sono le lingue straniere le coprotagoniste insieme al nostro dialetto, studiate ed esposte al pubblico grazie agli interventi dei tre autori del libro. Il dottor Giuseppe Chielli ha realizzato degli studi sulla derivazione greca delle parole come asckuè (bruciare), attene (padre), cambe (bruco), chjattone (donna robusta), cónele (origano), cresòmmele (pugno o frutta dura), fegghjazze (fiocco di neve particolarmente largo), graste (vaso di fiori), neche (culla), puteche (bottega) e strìgnele (gioco irrefrenabile). Duplice, invece, il lavoro di ricerca svolto dalla dottoressa Maria Vittoria D’onghia, la quale si è occupata delle parole di derivazione araba come amme salamme (nome del gioco campana), beduine (persona stupida), bezzeffe (molto), dameggene (damigiana), fermecocche (albicocca), geleppe (glassa), lemone (limone), matarazze (materasso) e scerocche (scirocco), e di origine spagnola come abbassce (giù), abbusccuè (prendersi botte), ammarrè (chiudere), avvuandè (prendere), barracche (catapecchia) e cernarule (setaccio). Infine, è il professor Giovanni Laera a presentare tutte le parole nocesi di derivazione francese come cere (aspetto del volto e anche di fronte), merche (cicatrice), sparatrappe (cerotto adesivo), uagnone (ragazzo o apprendista), mangè (mangiare), marpione (furbacchione), stunuete (persona stordita), ‘ndumme (donna stupida), fatiche (lavoro), vuccire (macellaio), berlocche (gioiello), sciarrette (carrozza) e bavuglie (bara).

intervento di Di Donna
Intervento del professor Angelo Michele Di Donna

Inoltre, ad arricchire la manifestazione, oltre alla componente linguistica, sono state presentate due relazioni inerenti all’arte bizantina e all’urbanistica araba presenti in Puglia. Il professor Angelo Michele Di Donna, docente presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro ha presentato una breve finestra sui Cenni sulle chiese bizantine in Puglia, con un accenno sulla collegiata della nostra Chiesa Madre, mentre l’ingegnere Antonio Cirsella-Sergio, del Politecnico di Bari, ha presentato una finestra su La componente urbanistica araba nella formazione dei centri storici pugliesi, confrontando lo schema a labirinto delle città arabe con i centro storici italiani e pugliesi, soffermandosi su quello nocese.

«Con questo libro abbiamo voluto coltivare la memoria per scoprire la nostra vera identità» ha concluso Giovanni Laera. «La nostra identità è multietnica e multiculturale fatta sull’accettazione dell’altro. Studiare il dialetto e condividerlo permette non solo di scoprire le nostre radici ma ci aiuta a sapere quello che siamo noi oggi».

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Colonia estiva nocese 2017: alla scoperta di fiabe e racconti sui luoghi più caratteristici di Noci /2017/07/31/colonia-estiva-nocese-2017-alla-scoperta-di-fiabe-e-racconti-sui-luoghi-piu-caratteristici-di-noci/ /2017/07/31/colonia-estiva-nocese-2017-alla-scoperta-di-fiabe-e-racconti-sui-luoghi-piu-caratteristici-di-noci/#comments Mon, 31 Jul 2017 07:14:12 +0000 /?p=16289 NOCI – La settimana scorsa è terminato il programma E… state insieme 2017 – 12 giorni di giochi, avventure … e tanto divertimento!, ovvero la colonia estiva nocese organizzata dalla cooperativa SoleLuna, la quale ha acquisito le attività del centro polivalente di Noci. Una delle tante attività svolte dal 17 al 29 luglio ha visto la collaborazione del Centro Studi sui Dialetti Apulo Baresi, il quale ha predisposto quattro appuntamenti alla scoperta delle favole legate ad alcuni luoghi del nostro territorio.

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La prima escursione del 19 luglio ha permesso ai 55 ragazzi iscritti alla colonia estiva di conoscere alcuni racconti ambientati nei boschi e nelle grotte della vicina chiesetta medievale di Barsento. La gnostra di Capegnure ha, invece, fatto da sfondo al secondo appuntamento del 21 luglio, dove è stata raccontata, tra le altre, la favola della Capinera, facendo così comprendere da dove derivi il nome di una delle gnostre più caratteristiche del nostro centro storico. Il terzo appuntamento, quello del 26 luglio, ha portato i ragazzi all’abazia benedettina della Madonna della Scala, luogo in cui è stato possibile conoscere tre leggende legate al Parietone del Diavolo, un lungo muretto a secco presente nel territorio nocese. Infine, il 29 luglio, ancora una volta una gnostra, quella di Largo Torre, ha concluso gli appuntamenti con Centro Studi, con episodi di vita vissuta lì realmente accaduti negli anni ‘50 del secolo scorso.

Non solo favole, novelle e racconti hanno fatto da contorno alle visite. Gli appuntamenti sono stati anche un modo per conoscere alcuni giochi con i numeri e con le carte, uno dei quali su una fiaba nocese raccolta dal padre della prof. Memena Plantone e una versione arcaica del gioco Amme salamme, tradotto letteralmente con l’espressione La pace sia con te, ma conosciuto in italiano come il gioco della Campana. Inoltre, nei quattro giorni sono state fatte delle piccole escursioni nel centro storico alla scoperta dei luoghi più caratteristici come l’Ospedale dei Pellegrini, le gnostre du Patetérne  (Padre Eterno), del Carmine e del Crocifisso, oltre a visite nella Chiesa Madre, nella Chiesa di Santa Chiara e nella Chiesa del Carmine. Infine, gli incontri sono stati anche momenti per illustrare alcuni aspetti del folklore nocese, riconosciuti da alcuni ragazzi.

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Soddisfatte sia le educatrici Giovanna Speranza, Anna Tinelli e Antonella Ferulli, sia Mario Gabriele e Pietro Gigante del Centro Studi, i quali sono rimasti molto colpiti dalla curiosità e dall’attenzione che i bambini sul dialetto e di come questo venisse compreso e tradotto con facilità. Quella di quest’anno, non essendo la prima collaborazione con l’associazione, sicuramente potrà essere riconfermata l’anno prossimo, con la scoperta di nuovi luoghi e tradizioni per comprendere al meglio il nostro paese e il territorio che ci circonda.

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Alla biblioteca comunale istituito il “Fondo del Centro Studi sui Dialetti Apulo-Baresi” /2017/03/18/alla-biblioteca-comunale-istituito-il-fondo-del-centro-studi-sui-dialetti-apulo-baresi/ /2017/03/18/alla-biblioteca-comunale-istituito-il-fondo-del-centro-studi-sui-dialetti-apulo-baresi/#comments Sat, 18 Mar 2017 09:57:11 +0000 /?p=13679 NOCI – Con la delibera di giunta comunale n. 22 del 3 marzo 2017 si istituisce il Fondo del Centro Studi sui Dialetti Apulo-Baresi presso la Biblioteca Comunale Mons. A. Amatulli di Noci, «in relazione al crescente accumulo di ricerche linguistiche, folcloriche e antropologiche effettuate… e in presenza di varie difficoltà oggettive che impediscono una maggiore diffusione e conoscenza delle stesse», come si legge anche dal documento presentato in Biblioteca da Mario Gabriele, presidente del Centro Studi sui Dialetti Apulo-Baresi.

Sono due, quindi, le motivazioni che hanno spinto il Centro Studi a richiedere un fondo presso la nostra Biblioteca. Prima di tutto c’è la necessità di «divulgare una specificità di conoscenze contenute nel dialetto», come lo stesso presidente ci racconta. A questa si aggiunge l’esigenza di creare «uno spazio pubblico, quale la Biblioteca, in cui gli interessati possono accedere per prendere visione delle nostre numerose ricerche effettuate in due anni di attività».

Dal punto di vista organizzativo il fondo sarà diviso in sezioni. «Ci sarà la sezione linguistica, quella per la ricerca su lemmi, detti e proverbi, sul folklore, sull’antropologia di questa comunità, sulla poesia, sulla letteratura, le tradizioni e la musica popolare. Inoltre ci saranno anche una sezione dedicata al sonoro e una audiovisiva». Il tutto sarà pronto per il mese di luglio dove il Centro Studi aprirà le porte del fondo ai cittadini, agli studiosi o ai semplici curiosi, attraverso una manifestazione inaugurale che vedrà la presentazione sia del dizionario italiano-dialetto, sia una nuova edizione del dizionario dialetto-italiano, i quali affronteranno anche la tematica del neo-dialetto, ovvero il dialetto dei giovani di oggi.

«In questo lasso di tempo, da oggi fino a luglio, invito tutti i cittadini in possesso di qualsiasi materiale cartaceo, sonoro o visivo, a condividerlo con il Centro Studi, il quale, dopo un’iniziale valutazione, lo inserirà nel fondo con delle apposite schede». Intanto il Centro Studi sta già raccogliendo il materiale per dare una corposità al fondo. Infatti, già dalla prossima settimana, nelle sezioni citate, saranno collocati i lavori già conclusi. Tutti, quindi, possiamo contribuire ad arricchire il fondo che «non si limita al solo dialetto nocese ma raccoglierà testi, musiche e video di tutta l’area dei dialetti apulo-baresi». Un’area che va da Andria fino a Cisternino e da Bari fino a Matera.

«Ringrazio il direttore della Biblioteca e il sindaco per aver dato questo spazio alla conoscenza. Siamo contenti che la nostra richiesta sia stata esaudita in così poco tempo. È dannoso che la conoscenza di chi ha fatto ricerca rimanga nascosta. Aboliamo questa privatizzazione. Nel nostro dialetto c’è il mondo. C’è la cultura del mondo. Più scavi e più i confini si allargano. Attraverso la biblioteca vogliamo socializzarla con tutti», conclude Mario Gabriele.

Molto entusiasta dell’iniziativa è il direttore della Biblioteca Comunale Giuseppe Basile, dal momento che tale fondo andrà ad aumentare notevolmente il già ricco patrimonio della nostra biblioteca. «Le biblioteche sono scrigni dell’identità e della memoria e tramandano un prezioso patrimonio di informazioni che rischierebbe, in loro assenza, di cadere inesorabilmente nell’oblio. Anche la nostra biblioteca, oltre a mettere a disposizioni informazioni generali, è memoria locale. Essa infatti conserva e rende disponibili le testimonianze della storia, della cultura e delle tradizioni della nostra comunità. Il dialetto, patrimonio ed espressione della nostra diversità culturale, deve essere studiato, salvaguardato e valorizzato. In quest’ottica abbiamo accolto subito, favorevolmente e volentieri la proposta di istituire presso la nostra biblioteca il Fondo del Centro studi sui dialetti apulo-baresi».

Infine, anche il direttore riprende l’invito del presidente del Centro Studi. «L’auspicio è che l’iniziativa costituisca uno stimolo ulteriore allo studio e alla conoscenza del nostro idioma e una sollecitazione per ulteriori donazioni. Sicuramente nelle case di alcuni nostri concittadini sono conservati scritti editi o inediti in dialetto che meritano di essere recuperati e messi a disposizione di tutti. Un ulteriore utile contributo alla salvaguardia del nostro dialetto può essere fornito trascrivendo o registrando antichi proverbi, modi di dire, tiritere, filastrocche, nenie… tramandati oralmente. Una ricca eredità culturale che rischia di perdersi man mano che scompaiono le persone più anziane della comunità».

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Capriccio Nocese: i luoghi del dialetto e della memoria nel filmato di Luca Curci /2017/02/20/capriccio-nocese-i-luoghi-del-dialetto-e-della-memoria-nel-filmato-di-luca-curci/ /2017/02/20/capriccio-nocese-i-luoghi-del-dialetto-e-della-memoria-nel-filmato-di-luca-curci/#comments Mon, 20 Feb 2017 09:24:12 +0000 /?p=13236 NOCI – Si è svolto lo scorso 18 febbraio all’interno del chiostro di San Domenico l’incontro dedicato ai luoghi del dialetto e della memoria di Noci intitolato “Capriccio Nocese”, promosso dal Centro Studi sui Dialetti Apulo-Baresi. L’evento è una riproposizione dell’omonimo filmato di Luca Curci già proposto lo scorso 21 dicembre nell’appuntamento natalizio “Si chiamerà Dialetto”, sempre a cura del Centro Studi. Nell’incontro di febbraio si è voluto riproporre il filmato, analizzandolo attraverso una lettura sinottica con l’obiettivo di rileggere e riconsiderarlo in maniera diversa da quanto appare.

Capriccio Nocese è un insieme di cartoline di Noci sulla quali sono rappresentati i luoghi più significativi del paese, dal centro storico alle vie principali, passando per Piazza Garibaldi, il campo sportivo, la villa comunale, la scalinata della stazione, la Madonna della Croce e la Madonna della Scala. «La cultura del mondo è presente nel nostro dialetto e proprio per questo motivo il Capriccio Nocese non è altro che un dialogo con il mondo contemporaneo» ha commentato Mario Gabriele, esprimendo alcune considerazioni sul filmato. Nel video prevalgono il silenzio, la verticalità, ovvero le inquadrature dal basso verso l’alto, e «il bianco e nero perché rappresenta la narrazione della memoria. Luca Usa l’offuscamento. Le immagini non hanno ombre. Non c’è contrasto. I luoghi sono statici e deserti. Tutto è ripreso da lontano. Mancano i particolari della vita umana. L’offuscamento è scelto per indicare tradimento della memoria. Filma il tradimento della memoria perché sa che questi luoghi oggi isolati e desolati sono l’espressione della coesione e dell’identità di un popolo».

Nel filmato sono presenti anche degli elementi che si ritrovano nelle opere del pittore statunitense Edward Hopper come Scalinata a Parigi, la quale ricorda la scalinata monumentale della stazione, e Ingresso in città, la quale rispecchia la stradina che costeggia la stazione di Noci. «Hopper è un’artista contemporaneo ed un pittore realista, il quale si è ispirato all’impressionismo francese» ha spiegato Chiara Fasano nel suo intervento. «La sua caratteristica è quella di essere il pittore del silenzio. Infatti nelle sue opere le strade sono deserte e sono presenti pochi soggetto umani». Oltre ai quadri di Hopper, il filmato riprende anche spunti da altre opere come un quadro del pittore nocese Antonio De Grazia e una scena tratta dal film Tempi Moderni di Charlie Chaplin.

«L’idea di proporre il filmato è nata con l’intento di unire Noci al progetto di studio del dialetto» ha commentato, infine, Luca Curci. «L’obiettivo della ricerca è quello di andare a scovare dove io e la mia generazione lo abbiamo imparato, dal momento che la mia generazione è quella che di più ha subito il tentativo di limitare l’uso del dialetto», rappresentando quei luoghi, un tempo, ricchi di persone che lo parlavano, riproponendoli in un contesto odierno dove troviamo l’abbandono e il silenzio.

Anche la musica è stata la protagonista dell’incontro, grazie a Cosimo Toro, un nocese emigrato in Francia, dove si è esibito nei teatri come cantante. Per l’occasione ha interpretato i brani Le plat pays di Jacques Brel e Avec le temps di Léo Ferré.

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Il Centro Studi fa rinascere il dialetto nocese cantandolo “a ccungirte” /2016/12/23/il-centro-studi-fa-rinascere-il-dialetto-nocese-cantandolo-a-ccungirte/ /2016/12/23/il-centro-studi-fa-rinascere-il-dialetto-nocese-cantandolo-a-ccungirte/#comments Fri, 23 Dec 2016 09:25:19 +0000 /?p=12291 NOCI – Il Centro Studi sui Dialetti Apulo-Baresi non poteva salutare in un modo migliore il 2016 appena trascorso. Il 21 dicembre, infatti, presso la sala convegni Pio XII, il dialetto è stato protagonista di un vero e proprio ccungirte realizzato dalla neo-band I Capasuoni. In “Si chiamerà Dialetto” è la musica la vera protagonista, nonostante non siano mancati momenti di riflessione sul ruolo importante del dialetto all’interno di una comunità, così come i vari luoghi tipici che compongono la vera essenza di un paese, in questo caso la nostra amata Noci.

A presentare il gruppo, formato da Giuseppe Liuzzi (voce e chitarra), Gianni Pinto (chitarra classica), Francesco Sgobba Palazzi (pianoforte) e Francesco Bianco (batteria e percussioni), troviamo una colonna portante del Centro Studi, ovvero Mario Gabriele, il quale, attraverso un dialogo filosofico in dialetto nocese, ha marcato gli aspetti più arcaici della nostra lingua, i cui protagonisti sono i due filosofi Eraclito e Leibniz.

A seguire I Capasuoni hanno intrattenuto il pubblico con una rivisitazione in dialetto dei brani di Fabrizio De Andrè, ovvero Nu chìmeche (Un chimico), Nu ggiùdece (Un giudice) e Nu pacce (Un matto). A questi si aggiungono Réte o parète, E pénze a tè, A canzòne di fiure, U fungère puérche, Fondine e l’inedita Quanda fregature del compositore nocese Enantino, alle quali si aggiunge Lu bene mio del cantante foggiano Matteo Salvatore e alcune canzoni inedite come La canzone di Maria e Song for Noci di Giovanni Laera (il cui testo è interamente in italiano), Jì sò di Nusce di Vincenzo Laera e Rόse che ssémbe, scritta da Giovanni Laera, Giuseppe Liuzzi e Domenico Laera e tratta da una poesia di Mario Gabriele. A conclusione, per augurare a tutti un buon Natale, sempre di Enantino, è stata eseguita U Natèle d’Enandine.

A intervallare le due parti dell’esibizione musicale, troviamo Caterina Quarato la quale ha interpretato un monologo scritto interamente da lei, intitolato U Natèle de Dialétte. Il testo, partendo da una poesia di Gianni Rodari tradotta in nocese, racconta la storia di un uomo chiamato Peppine e soprannominato Dialétte perché ultimo dialettofono del paese, al quale spetta il compito di far rinascere il dialetto, perché all’interno della sua comunità nessuno vuole continuare a parlare la sua lingua. A seguire è stato proiettato il corto Capriccio Nocese, realizzato da Luca Curci, girato interamente nei luoghi più significativi del nostro territorio come il borgo antico, le piazze e le vie principali, la scalinata della stazione, la Madonna della scala e la Madonna della croce. Sia il monologo che il corto sono stati accompagnati dalla chitarra del già citato Gianni Pinto.

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Infine, il Centro Studi ha invitato i presenti al tesseramento per il nuovo anno, con la speranza di incrementare il numero di iscritti. Come già anticipato nella conferenza stampa della manifestazione, saranno sempre tante le iniziative e le manifestazioni che il Centro Studi continuerà a promuovere, proprio per recuperare ciò che rimane del nostro dialetto, riportandolo al centro dell’attenzione e facendo avvicinare, al suo studio, anche le nuove generazioni.

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“La Vigilia di Natale”: gli alunni della Positano alle prese con il dialetto per rivivere la vita nelle gnostre /2016/12/19/la-vigilia-di-natale-gli-alunni-della-positano-alle-prese-con-il-dialetto-per-rivivere-la-vita-nelle-gnostre/ /2016/12/19/la-vigilia-di-natale-gli-alunni-della-positano-alle-prese-con-il-dialetto-per-rivivere-la-vita-nelle-gnostre/#comments Mon, 19 Dec 2016 09:05:01 +0000 /?p=12191 NOCI – Lo scorso 16 dicembre, ha avuto luogo presso l’Aula Magna della scuola primaria Francesco Positano, il primo dei quattro appuntamenti che vedono come protagonisti gli alunni delle classi quinte del medesimo istituto. I piccoli allievi, trasformandosi in audaci attori, hanno dato vita una simpatica ed impegnativa rappresentazione teatrale dal titolo “La Vigilia di Natale”.

Lo spettacolo, ambientato nel giorno della vigilia di Natale, è stato interamente curato dalla prof.ssa Giulia Basile, che con l’aiuto delle insegnanti ed il sostegno della dirigente Lenella Breveglieri, ha trasmesso ai piccoli alunni le competenze necessarie per l’acquisizione del dialetto, una lingua che oggigiorno i bambini difficilmente sono abituati a parlare. Infatti, con il suo aiuto gli allievi hanno fatto un tuffo nel passato, mettendo in scena la vita quotidiana che anni fa si trascorreva all’interno di una gnostra. Infatti, la rappresentazione è il prodotto di un lavoro quinquennale che unisce la storia locale alle varie attività di carattere musicale e teatrale, all’interno del quale i bambini riversano tutte le nozioni apprese nel corso degli anni con costante impegno.

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Vestiti di tutto punto, con gli abiti tipici dell’epoca, i piccoli attori hanno regalato ai genitori e soprattutto ai nonni, la possibilità di rivivere le usanze del passato, dalla preparazione del pane e dei tipici dolci natalizi, alle danze popolari e agli antichi mestieri che stanno oramai scomparendo. Ogni scena è stata ambientata all’interno di una gnostra, riprodotta fedelmente dalla scenografa Giuliana Piepoli, con il rigoroso aiuto degli alunni. Le danze, invece, sono state curate dalla coreografa Rosita Curci, membro del gruppo folkloristico.

Al termine della rappresentazione, Giulia Basile, complimentandosi con gli allievi per la notevole bravura dimostrata, ha affermato: «I bambini si sono impegnati molto per imparare il dialetto e hanno capito che per conoscere il mondo bisogna conoscere prima le proprie origini, capire da dove veniamo. Il dialetto è la lingua della culla dove sono nati i nostri genitori, nonni e bisnonni. Quando i bambini si divertono apprendono, e le cose divertenti non le dimenticano mai. Abbiamo voluto dare loro questo flash sul passato per favorire il distacco temporaneo con le nuove tecnologie e riprendere il contatto con la gente. Le gnostre più che case rappresentavano le persone, il senso di umanità e di solidarietà che circolava tra di loro. Bisogna aiutarsi l’un l’altro, affinché l’altro ti guardi con il sorriso, un grande regalo che ci portiamo a casa».

I prossimi appuntamenti avranno luogo il 19, 20 e 21 dicembre alle ore 17:00, presso L’Aula Magna della scuola elementare Positano.

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“Si chiamerà dialetto”, il nuovo evento del Centro Studi sui Dialetti Apulo-Baresi /2016/12/11/si-chiamera-dialetto-il-nuovo-evento-del-centro-studi-sui-dialetti-apulo-baresi/ /2016/12/11/si-chiamera-dialetto-il-nuovo-evento-del-centro-studi-sui-dialetti-apulo-baresi/#comments Sun, 11 Dec 2016 06:45:00 +0000 /?p=12005 NOCI – Il Centro Studi sui Dialetti Apulo-Baresi ritorna con il classico appuntamento dicembrino dove ancora una volta il dialetto sarà l’assoluto protagonista. Attraverso la conferenza stampa dello scorso 9 dicembre, sempre all’interno del noto caffè letterario nocese, i ragazzi del Centro Studi hanno presentato il programma dell’ultimo evento di questo 2016 intitolato “Si chiamerà dialetto”, organizzato per il prossimo 21 dicembre all’interno della Sala Convegni Pio XII.

«Sarà una festa all’insegna della leggerezza e della spensieratezza dove celebreremo quello che abbiamo fatto finora» ha commentato Chiara Fasano, presentando l’evento alla stampa. «Sarà uno spettacolo in omaggio al dialetto con protagonista la musica dove saranno suonate canzoni di artisti molto diversi tra loro e che siamo riusciti ad accomunare proprio attraverso il dialetto».

È proprio la musica infatti il filo conduttore della serata, interpretata da una nuova band capeggiata da Giuseppe Liuzzi (voce e chitarra) insieme a tante conoscenze del Centro Studi come Gianni Pinto (chitarra classica), Francesco Sgobba Palazzi (pianoforte) e Francesco Bianco (batteria e percussioni).  I “Capasuoni”, così è stata battezzato il gruppo, non è altro che un gioco di parole con il termine capasone, ovvero la giara che conteneva vino o fichi secchi, unito alla parola suono. Tante saranno le canzoni proposte, come brani di Fabrizio De Andrè, il quale sarà tradotto in dialetto, Matteo Salvatore, Enantino e Giovanni Laera e alcuni pezzi inedito composti per l’occasione.

«Nell’intervallo ci sarà un momento magico dove vogliamo ricreare la tipica atmosfera natalizia che si crea quando ci si raccoglie attorno al camino e si ha voglia di ascoltare fiabe o storie antiche». Verrà quindi presentata una storia attraverso un monologo scritto interamente da Caterina Quarato, intitolata U Natèle de Dialétte, contenente anche una poesia di Gianni Rodari tradotta in dialetto. La storia si ricollega molto a quella del Centro Studi, tanto da essere proprio un uomo di nome Dialétte il protagonista del racconto. Inoltre, sempre in questo spazio verrà proiettato un filmato diretto da Luca Curci, dal titolo Capriccio Nocese, girato interamente nelle strade di Noci.

Per Giovanni Laera, invece, è arrivato anche il momento per tirare le somme su quello che è stato questo 2016 per il Centro Studi. «L’evento natalizio per noi è il più importante dell’anno. Solitamente abbiamo sempre preparato un evento qualche giorno prima di Natale. Per noi questo è forse l’evento più importante che abbiamo organizzato. È come se si chiudesse il primo periodo del Centro Studi inaugurato da Mario Gabriele nel 2013 con il primo corso di dialettologia per l’UTEN».

Tre sono gli obiettivi, brillantemente raggiunti dal centro studi in questi tre anni. «Il primo è stato quello di riportare il dialetto al centro dell’attenzione. Come secondo obiettivo l’eliminazione del senso di vergogna che da sempre lo ha caratterizzato, venendo definito la lingua degli ignoranti o dei cafoni e infine lo studio il dialetto non solo come una lingua, ma per quello che davvero è, cioè una miniera inesauribile di informazioni, tradizioni popolari, leggende, fiabe, in una parola di una cultura. Una cultura popolare povera ma anche alta».

L’evento natalizio sarà anche un modo per inaugurare il tesseramento dell’anno 2017. Il progetto è ambizioso e vuole tesserare più persone rispetto all’anno scorso, con i soliti prezzi modici, cioè 10 euro per gli adulti e 5 per gli under 30. Attraverso questo prezzo per i giovani si vuole raggiungere un quarto obiettivo, vale a dire l’avvicinamento al dialetto da parte delle nuove generazioni. Inoltre a detta del Centro Studi il 2017 sarà un anno di un’attività culturale ancora più intensa con pubblicazioni molto variegate e inaugurazione di una collana.

L’appuntamento è fissato per mercoledì 21 dicembre alle ore 20.00, presso la Sala Convegni Pio XII. Di seguito la locandina dell’evento.

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